Con l’adozione dei regolamenti definitivi, il CBAM entra in una fase in cui l’attenzione delle imprese si sposta in modo deciso dai soli adempimenti formali all’impatto economico del meccanismo. I costi CBAM diventano una variabile concreta nella gestione degli approvvigionamenti, incidendo sulle importazioni extra UE e sulla struttura dei margini a partire dal 2026.

Il meccanismo non si limita più a richiedere la rendicontazione delle emissioni incorporate, ma introduce elementi strutturali che influenzano direttamente i costi di acquisto, la selezione dei fornitori e la capacità delle imprese di governare filiere sempre più complesse. L’Unione europea chiarisce così la propria direzione: ridurre progressivamente ogni attenuazione implicita del costo del carbonio e rafforzare il legame tra emissioni e prezzo dei beni importati.

Regolamenti definitivi CBAM: cosa cambia rispetto alla fase transitoria

I regolamenti approvati dalla Commissione europea definiscono in modo puntuale:

  • i nuovi benchmark per l’allocazione gratuita,
  • i valori di default aggiornati per il calcolo delle emissioni,
  • i meccanismi di maggiorazione applicabili ai valori standard.

Questi elementi rafforzano il segnale economico del CBAM e riducono gli spazi di manovra per chi ha finora adottato un approccio prudente o attendista.

Benchmark CBAM più severi e riduzione dell’allocazione gratuita

La revisione al ribasso dei benchmark comporta una riduzione della quota di emissioni coperta da allocazione gratuita. Questo si traduce in un aumento diretto delle emissioni soggette a certificazione CBAM e, di conseguenza, in un incremento dei costi per le imprese importatrici.

Un aspetto critico è la previsione di future ricalibrazioni, che introduce un elemento di instabilità nei costi prospettici e rende meno prevedibile la pianificazione economica per il periodo 2026–2028.

Valori di default CBAM: perché incidono sui costi

L’utilizzo dei valori di default, in assenza di dati reali forniti dai produttori extra UE, assume un peso crescente nei conti aziendali. I nuovi valori sono stati fissati su livelli elevati, in particolare per alcune aree geografiche e materiali, con l’obiettivo di evitare sottostime delle emissioni.

In termini operativi, questo significa che:

  • i valori standard tendono a sovrastimare le emissioni reali,
  • il differenziale di costo rispetto ai dati certificati aumenta,
  • l’uso dei default diventa una scelta strutturalmente sfavorevole.

Il mark-up progressivo sui valori di default

A partire dal 2026 viene introdotto un meccanismo di maggiorazione automatica dei valori di default, pensato per scoraggiarne l’utilizzo nel medio periodo:

  • +10% nel 2026
  • +20% nel 2027
  • +30% dal 2028

Fa eccezione il settore dei fertilizzanti, per cui il mark-up è fissato all’1%.

Questo sistema costruisce una pressione crescente nel tempo, che rende evidente come il ricorso ai valori standard non possa più essere considerato una soluzione neutra.

Impatti per le imprese importatrici e sulla gestione della supply chain

La combinazione tra benchmark più severi, valori di default elevati e mark-up progressivi accentua la distanza tra imprese che dispongono di dati emissivi affidabili e imprese che operano con informazioni parziali o non verificate.

Dal punto di vista operativo, diventa centrale:

  • mappare in modo accurato la supply chain extra UE,
  • valutare la capacità dei fornitori di produrre dati coerenti con il CBAM,
  • anticipare gli effetti economici sui bilanci 2026.

Estensione del CBAM dal 2028

Con la proposta di regolamento COM(2025) 989, il CBAM si prepara a superare il perimetro delle sole materie prime, aprendo una fase nuova che coinvolge prodotti trasformati e flussi industriali più complessi. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’efficacia del meccanismo, evitando che il costo del carbonio venga aggirato attraverso spostamenti strategici delle fasi produttive al di fuori dell’Unione europea.

Dal 2028, il focus non sarà più limitato a ciò che entra come materiale di base, ma si estenderà progressivamente a ciò che arriva sul mercato europeo sotto forma di prodotto finito o semilavorato, con implicazioni rilevanti per la tracciabilità delle filiere e per la capacità delle imprese di ricostruire l’impronta emissiva lungo più livelli della catena del valore.

Estensione ai prodotti a valle ad alta intensità di acciaio e alluminio

A partire dal 1° gennaio 2028, il CBAM potrebbe includere una serie di prodotti a valle caratterizzati da un elevato contenuto di acciaio e alluminio. Rientrano in questo ambito componenti e beni finiti appartenenti a settori come la meccanica, le infrastrutture, l’automotive, l’elettrodomestico e l’arredo metallico.

Questa estensione risponde a una logica precisa: evitare che le imprese aggirino il costo del carbonio sulle materie prime importando prodotti già trasformati, nei quali l’impronta emissiva dell’acciaio o dell’alluminio risulta meno visibile ma non per questo meno rilevante. In pratica, il CBAM inizia a seguire il materiale lungo la filiera, non fermandosi più al primo passaggio doganale.

Per le imprese importatrici, questo significa dover affrontare una complessità aggiuntiva, poiché non sarà più sufficiente conoscere l’origine del materiale di base, ma diventerà necessario:

  • comprendere la composizione del prodotto finito,
  • ricostruire i processi produttivi intermedi,
  • verificare la disponibilità di dati emissivi lungo più livelli della supply chain.

Inclusione dei rottami pre-consumo e superamento dello scrap loophole

Sempre dal 2028, la proposta di riforma prevede l’inclusione dei rottami industriali pre-consumo di ferro, acciaio e alluminio nel calcolo delle emissioni incorporate. Attualmente, questi materiali vengono trattati come se avessero emissioni nulle, creando una distorsione competitiva rispetto alla produzione primaria europea, che invece sostiene un costo del carbonio pieno.

Questa impostazione ha favorito nel tempo quello che viene definito scrap loophole, ossia l’utilizzo strategico di rottami intermedi per ridurre artificialmente l’impronta emissiva dichiarata dei prodotti importati. L’inclusione dei rottami pre-consumo mira a chiudere questa falla, riallineando le condizioni tra produttori UE e extra UE.

Resta invece escluso il rottame post-consumo, derivante dal riciclo a fine vita dei prodotti, per non compromettere gli obiettivi di economia circolare e continuare a incentivare il recupero dei materiali già immessi sul mercato.

Elettricità importata: semplificazioni dal 2026

Per l’elettricità importata, la proposta introduce alcune semplificazioni con applicazione anticipata a partire dal 1° gennaio 2026. Il cambiamento principale riguarda il metodo di calcolo delle emissioni incorporate, che non sarà più basato esclusivamente sui combustibili fossili, ma sul mix elettrico medio del Paese esportatore, includendo quindi anche il contributo delle fonti rinnovabili.

Questa impostazione consente una rappresentazione più aderente alla realtà dei sistemi energetici nazionali e riduce alcune rigidità che avevano caratterizzato le fasi iniziali del CBAM. Allo stesso tempo, vengono resi più flessibili i criteri per la dichiarazione delle emissioni effettive tramite contratti di acquisto di energia, ammettendo anche il coinvolgimento di intermediari nei Power Purchase Agreement. La semplificazione, tuttavia, non elimina la necessità di disporre di informazioni coerenti e verificabili, poiché la qualità dei dati resta un elemento centrale per evitare contestazioni e riclassificazioni sfavorevoli.

Perché anticipare le scelte sul CBAM

Rimandare l’adeguamento al 2026 o al 2028 espone le imprese a rischi economici che diventano difficili da assorbire in tempi brevi, soprattutto in contesti caratterizzati da margini ridotti e da catene di fornitura complesse. La raccolta dei dati emissivi, il coinvolgimento dei fornitori extra UE e la verifica della coerenza delle informazioni non sono attività immediate, ma richiedono tempo, coordinamento e una chiara definizione delle priorità operative.

Anticipare le scelte significa poter valutare in modo consapevole l’impatto del CBAM sui costi di approvvigionamento, individuare le aree più esposte e costruire percorsi di adeguamento graduali, evitando interventi correttivi urgenti quando le nuove regole entreranno pienamente in vigore.

In questo scenario, il nostro lavoro consiste nel supportare le imprese nella lettura operativa del CBAM, andando oltre l’interpretazione normativa. Affianchiamo le aziende nell’analisi dell’impatto economico delle nuove regole, nella mappatura delle filiere extra UE e nella verifica dei dati emissivi forniti dai produttori, con l’obiettivo di ridurre l’esposizione ai valori di default e rendere più prevedibili i costi legati al carbonio.

Lavoriamo sui flussi informativi che alimentano il CBAM, aiutando le imprese a strutturare processi coerenti con le scadenze del 2026 e del 2028 e a governare una materia che incide sempre più sulle scelte di approvvigionamento, sulla selezione dei fornitori e sulla tenuta dei margini nel tempo.

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